Il Partito democratico nel caos dopo la proposta di Dario Franceschini su presidenzialismo e modello francese. Massimo D'Alema, i rutelliani e gli ex Popolari di Franco Marini e Beppe Fioroni attaccano la leadership del Pd. Molti di loro non si spiegano «la sortita», che ha fatto insorgere tutti gli alleati, ma in chi ci prova sembra prevalere una conclusione: Walter Veltroni ha ormai messo le sorti del partito davanti a quelle del governo e vuole soltanto arrivare al referendum per andare a elezioni anticipate.
Detto che Rifondazione comunista e tutta la sinistra radicale, l'Udeur e i socialisti, insomma tutta l'Unione, continuano nel fuoco di fila contro Franceschini, i problemi più grossi sono tutti interni al Pd. Massimo D'Alema è in assoluto il più duro e affida a Repubblica le sue considerazioni: «Domando, con tutto il rispetto: siamo impazziti? Che credibilità abbiamo con i nostri interlocutori. E che messaggio arriva all'opinione pubblica?». Secondo il ministro degli Esteri, la proposta Veltroni-Franceschini rischia di far saltare tutto: «Se è un fuoco d'artificio di capodanno, allora non vale niente. Ma se è una cosa seria, allora cambia tutto. È una novità clamorosa che ha un effetto devastante per le riforme, per il centrosinistra e anche per il governo».
LA REPLICA. Franceschini non ci sta, dice di non capire «tanto stupore e preoccupazione» e ricorda a D'Alema che il modello elettorale francese è da sempre quello preferito dal Pd. Il vicesegretario ribadisce che il partito ha il dovere di mettere da parte la tattica e di dire la verità agli elettori. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, membro dell'Assemblea costituente del Pd e veltroniano, prova a spiegare meglio il senso della novità. Ricordando la propria preferenza per il doppio turno alla francese, spiega, il Pd avverte alleati e avversari: c'è la disponibilità a discutere tante ipotesi subordinate, ma non ci sarà mai una resa incondizionata al sistema proporzionale tedesco tout court. Insomma, la difesa del bipolarismo resta la linea maginot di Veltroni. Nonostante le rassicurazioni del capogruppo a Montecitorio Antonello Soro («nessuno vuole far saltare il tavolo»), in molti nel partito sono perplessi, per non dire arrabbiati.
Il rutelliano Renzo Lusetti è «sorpreso da questo repentino cambio di linea», e anche in ambienti degli ex Popolari vicini a Marini e Fioroni la novità non è stata accolta con un sorriso. Tutt'altro. Tra le componenti (qualcuno le chiama già correnti) del Pd che arrivano dalla Margherita, in tanti nasce il sospetto che Veltroni voglia arrivare dritto al referendum o alle elezioni anticipate.
L'OPPOSIZIONE. Idea che si è fatta strada anche nel centrodestra (dove solo An si schiera per il presidenzialismo alla francese). In particolare, il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini è convinto che gli uomini del sindaco di Roma «puntino a sabotare le riforme» proprio per arrivare al referendum. Il premier tiene un profilo basso e rientrando dalle vacanze dice che il problema sarà affrontato in seguito. Sarà cioè il piatto forte della seconda parte della verifica, dopo che saranno stati esaminati con le parti sociali e con i partiti dell'Unione i temi dei salari e delle tasse. Scontato ormai il rinvio del vertice del 10 gennaio, Prodi e i suoi più stretti collaboratori (alcuni dei quali mostrano un certo fastidio per la polemica sollevata da Franceschini) puntano a non parlare di riforme e legge elettorale se non dopo la decisione della Consulta sui referendum Guzzetta-Segni, attesa tra il 16 e il 18 gennaio.Tags: legge elettorale, scontro legge elettorale, scontro d'alema rutelli
venerdì 4 gennaio 2008
Scontro nel PD sulla legge elettorale!
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