giovedì 10 gennaio 2008

Tumori al seno più aggressivi: Lo svela una ricerca

Un gruppo di giovani ricercatori dell'Università di Bologna ha scoperto una proteina che associata al cancro della mammella fa impazzire le cellule sane. Lo studio è stato pubblicato dalla rivista scientifica Journal of Clinical Investigation. Si tratta di una delle pubblicazioni più prestigiose nel campo della medicina sperimentale. Una rivelazione che apre nuovi scenari nella comprensioneg dello sviluppo dei tumori e potrebbe consentire nuove metodologie nella prevenzione e nella cura dei una malattia che ogni anno, solo in Italia, fa tra le donne undicimila vittime. E' "interleuchina 6" il nome della proteina responsabile della "follia" delle cellule. Secondo i ricercatori bolognesi renderebbe più aggressive le cellule tumorali, e indurrebbe quello che è stato definito l'effetto "dottor Jekyll e mister Hyde" su quelle sane.
In sua presenza inizierebbero a dare segni di "pazzia" come avviene nei malati di cancro. E' uno studio, questo dei ricercatori dell'Università di Bologna che comleta e integra le nuove metodologie della ricerca medica oncologica che riguarda le cellule staminali tumorali: queste ultime si sarebbero dimostrate sensibili all'interleuchina 6. Massimiliano Bonafè, 38 anni, a capo del team di ricercatori dell'Università di Bologna: "Le staminali sane, esposte all'interleuchina, iniziano ad assumere atteggiamenti tipici di quelle maligne. Cominciano a migrare, a spostarsi cioè facendosi largo tra le altre cellule, sopravvivono in apnea, anche in ambienti poveri d'ossigeno, e tendono a crescere, contrariamente alle altre, anche in sospensione, prive di una base d'appoggio. Tutti segnali preoccupanti. Abbiamo inoltre osservato che, così come le staminali del cancro, iniziano a produrre loro stesse altra interleuchina. E questo sembra rispondere ad un altro grattacapo, cui la scienza finora non aveva trovato soluzione: da dove proviene l'interleuchina in eccesso nelle pazienti con cancro al seno?".


In realtà già da tempo gli studiosi sapevano che questa proteina aveva una stretta relazione col tumore della mammella. Ciò perchè se ne riscontra abbondanza nelle pazienti, e a concentrazioni più elevate corrispondono tumori più aggressivi. Il problema però era che i ricercatori non erano ancora riusciti a capire come interagisse col tumore, e soprattuto cosa ne provocasse una tale abbondanza.


L'importanza di averne compreso meglio il funzionamento è fondamentale perchè stiamo parlando di una protena presente in tutto il ciclo vitale umano, fondamentale in molti processi del nostro organismo, solitamente impiegata con effetti benfici.


Prosegue Bonafè: "Aver trovato una prova del suo ruolo sull'innesco del tumore al seno apre la strada a nuove strategie preventive e terapeutiche. Da un lato, anche in assenza di una diagnosi di tumore, l'aumento d'interleuchina potrebbe fungere da campanello d'allarme e suggerire una serie di accorgimenti preventivi al fine di scongiurare l'eventuale insorgenza del cancro. In secondo luogo, si potrebbero studiare e perfezionare farmaci o anticorpi in grado di neutralizzarne l'effetto. Nel Regno Unito ci sono gia' pazienti trattati in questo modo".


Lo studio si è concentrato sulle cellule staminali della ghiandola mammaria e del cancro al seno. Pare che solo una piccola quantità di cellule della massa tumorale sarebbero responsabili dello sviluppo, della proliferazione e delle metastasi del cancro. Dunque andare a colpire queste cellule maligne, staminali o progenitrici, e non tutte indiscriminatamente come avviene nelle terapie tradizionali, potrebbe essere fonfìdamentale per curare il cancro al seno. A trent'anni la probabilità di ammalarsi è di uno su 2.500, a quaranta sale a 1 su 200, fino a raggiungere quota uno su 25 a sessant'anni.


Questa scoperta è il risultato di un lungo studio in laboratorio. Protagonisti di questa ricerca Gianluca Storci, 34 anni di Bologna e Pasquale Sansone, 26, di Bari. Quest'ultimo è impegnato nel secondo anno del dottorato in farmacologia e tossicologia dell'ateneo di Bolognae. Studi che stanno portando a risultati che potrebbero consentire di dare speranza alle 36 mila donne malate ogni anno in italia. In tutto sono 300 mila le donne malate, di cui 25 mila in Emilia Romagna.
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